Il 1976 in Italia è ricordato per il terremoto in Friuli e per il disastro di Seveso. Ma il 26 settembre 1976, a Manfredonia, nello stabilimento ANIC, poi diventato Enichem, un’esplosione nel reparto di produzione dell’urea riversò arsenico nella fabbrica ed una nuvola con oltre 15 tonnellate di arsenico si spinse verso l’abitato contaminando suolo, case e piante. Nelle operazioni di disinquinamento dello stabilimento gli operai lavorarono senza protezioni, quasi nulla fu fatto per la popolazione. Diversamente da Seveso non ci furono effetti sanitari immediatamente visibili.
Negli anni però si susseguirono diversi altri incidenti che allarmarono molto la popolazione. E quando nel 1988 la Deep Sea Carrier, “nave dei veleni”, che trasportava rifiuti tossici italiani venne rimandata indietro dai paesi africani, la popolazione insorse, occupando perfino il Comune.
L’ondata di protesta, che durerà alcuni giorni e che verrà ricordata come le “quattro giornate di Manfredonia”, si allargò rapidamente anche al petrolchimico, si costituì un Comitato Cittadino rappresentato da tutte le categorie sociali e per due anni, nelle tende installate in Piazza Duomo, la popolazione partecipò a quella che fu chiamata “l’università in piazza”: per diffondere le conoscenze e riappropriarsi del territorio. Nacque così il Movimento Cittadino Donne.
Nell’ottobre del 1988, tremila donne firmarono la petizione per chiedere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il riconoscimento dei danni arrecati dall’Enichem alla salute e all’ambiente e, dieci anni dopo, la sentenza riconobbe la violazione dell’articolo 8 della Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Uomo e lo Stato Italiano venne condannato al risarcimento di una somma simbolica (dieci milioni di lire) a ciascuna delle quaranta firmatarie.
A metà anni Novanta dall’incontro tra il medico Maurizio Portaluri e l’operaio Nicola Lovecchio nacque l’idea di presentare un esposto contro l’ANIC e la Società Chimica Daunia (SCD), iniziativa che portò all’inchiesta condotta dalla Procura di Foggia e al rinvio a giudizio dei vertici del petrolchimico. Nicola Lovecchio, non fumatore, era stato capoturno del reparto insacco fertilizzanti ed era presente il giorno dello scoppio del 1976, morì di tumore polmonare nel 1997 a 50 anni, come altri ventisei lavoratori.