Capitolo 1: L’autonomia nel Meridione
La storia dell’autonomia nel Meridione negli anni ’70 del ventesimo secolo è stata un insieme frammentario di vicende che si intrecciarono attorno a eventi, lotte, grandi appuntamenti, storie personali e collettive. Questa esperienza storica è radicata nelle lotte di classe e per comprenderla è necessario superare la narrazione di un Sud come “macroregione indifferenziata”. Bisogna scavare nei frammenti di queste storie per abbandonare l’idea di un Mezzogiorno ostaggio di stereotipi negativi, come “lazzari, plebaglia e lumpenproletariat”. A differenza di altre esperienze autonome territoriali italiane, nell’Autonomia meridionale non si può parlare solo di “Autonomia operaia organizzata”, ma di un’ampia frammentazione organizzativa che ha caratterizzato la geografia politica sin dal ’69. Ci sono state esperienze organizzate di gruppi più o meno ampi, con un interscambio di militanti tra diverse sigle e realtà territoriali, in continui percorsi di ricomposizione che hanno segnato profondamente i percorsi organizzativi.
Capitolo 2: L’autonomia proletaria
Alcuni settori dell’Autonomia meridionale hanno proposto il concetto di “autonomia proletaria” per delineare una composizione di classe diversificata. Questo concetto è stato delineato in modo articolato nel 1976 nel giornale “Mò basta! Aizamm’a capa”, sostenendo la necessità di un “cammino concreto della classe verso il comunismo”. L’autonomia proletaria rappresentava un’alternativa alle concezioni che consideravano la classe come pura forza-lavoro e rifiutava l’idea di una “coscienza esterna” o di un mediatore e interprete dei bisogni proletari. Questa prospettiva politica e militante originale era radicata nelle realtà del Sud e rivendicava gli atti di rivolta individuale e la ribellione contro sfruttatori, autorità e oppressori.
Capitolo 3: Lotte operaie e contadine nel Meridione
Le lotte del proletariato agrario meridionale dopo la Seconda guerra mondiale e fino agli anni ’60 segnarono uno scontro di classe radicale. Si verificarono lotte spontanee e organizzate nelle aree tradizionali del latifondo, come il Crotonese, il Tavoliere delle Puglie e l’area rurale di Caltanissetta. Gli scioperi degli operai agricoli, gli scontri con le forze dell’ordine, i blocchi stradali e le barricate furono parte del conflitto di classe meridionale degli anni ’70. Le lotte nel settore agricolo rappresentarono una parte del conflitto di classe meridionale, in continua interazione e confronto con le lotte urbane e contadine.
Capitolo 4: Le lotte urbane e le occupazioni di case
Nel Sud, negli anni ’60 e ’70, si verificarono importanti movimenti di lotta urbana e occupazioni di case. A Napoli, ad esempio, si formarono i primi comitati dei baraccati nel 1964, che portarono alla luce le condizioni di vita delle realtà proletarie. Le occupazioni di case si diffusero in tutto il Mezzogiorno come forma di resistenza e rivendicazione di diritti abitativi. Questi movimenti urbani rappresentarono un aspetto significativo dell’autonomia nel Meridione, evidenziando il radicamento delle lotte nelle condizioni di vita e nelle disuguaglianze sociali.
Capitolo 5: I fatti di Reggio Calabria e le lotte contro la mafia
Alcune esperienze di lotta nel Meridione, come i fatti di Reggio Calabria, la rivolta di Avola e i moti di Battipaglia, si caratterizzarono per la fuoriuscita della rabbia proletaria dalle rivendicazioni sindacali e dall’egemonia politica del Partito Comunista Italiano. In particolare, i fatti di Reggio Calabria evidenziarono le connessioni tra la destra fascista reggina e la ‘ndrangheta, alimentando il movimento di lotta nella regione. Queste esperienze rivelarono come la lotta di classe nel Meridione fosse strettamente intrecciata con la lotta contro la mafia e le connivenze tra potere politico ed economico.
Questi capitoli rappresentano solo alcune delle molteplici dimensioni dell’autonomia nel Meridione negli anni ’70, ma offrono una panoramica delle principali lotte e movimenti che caratterizzarono questa fase storica.